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04
05 - 2020

Maggio, il mese del Giro d’Italia

cicloturismo

“Maggio per me, da cinque anni, è il mese del Giro. Il Giro d’Italia. Non che non lo fosse anche prima, ma da cinque anni lo seguo per lavoro, dopo aver girato il mondo in Formula Uno. Prima, di straforo, in regia, a Barcellona o a Montecarlo, gran premi di maggio, il giovedì o il venerdì, quando c’era un po’ più di tempo, si collegava un monitor al Giro in corso e si soffriva, si sudava insieme a quelli piazzati ai limiti dell’asfalto. Perché, oggi come allora, il Giro per me è soprattutto quello: quello di chi incita in salita, a bordo carreggiata, di chi strabuzza gli occhi vedendo la velocità stratosferica che i grandi tengono sui tornanti di un’ascesa, di chi si piazza in quel punto perché pensa che proprio lì ci sarà lo scatto decisivo, di chi, a suo tempo, portava il televisore portatile, vedendo che i ciclisti, chilometro dopo chilometro, nel rumore più assordante attorno si stavano avvicinando, fino a vederli, incredibile ma vero, davanti ai propri occhi e nono solo sul teleschermo.

Il Giro quest’anno per me sarebbe stato un po’ speciale: il 25 maggio, nel giorno di riposo, dopo la tappa di Piancavallo, e prima di quella di San Daniele del Friuli, gli amici friulani di WeLikeBike avevano preparato un programma speciale. Due mostre, una dedicata al secolo dalla nascita di Fiorenzo Magni e l’altra per ricordare i 50 anni di Marco Pantani.

Ma la cosa più bella sarebbe stata (e sarà, se il Giro, come spero, si svolgerà ad ottobre 2020) la rimpatriata della Mercatone Uno 1998, la squadra di Marco, che lo accompagnò a vincere Giro e Tour nello stesso anno, dopo di lui nessun altro. Li ho contattati uno ad uno, ciclisti, direttori sportivi, medici, massaggiatori: alcuni li conoscevo già, come Beppe Martinelli, Marco Velo, Stefano Garzelli o Roberto Conti, ma tanti altri erano figure sbiadite nel tempo, ragazzi invecchiati che avevano preso strade tanto diverse, i vari Siboni, Traversoni, Barbero, Podenzana, Fontanelli, Borgheresi, Gianelli, Leoni, tutti quanti, insomma. Tolto uno, Riccardo Forconi, finito in California che mi ha fatto penare un po’ per trovarlo, gli altri è stato abbastanza facile riacchiapparli. Facile e bello, perché molti di loro sono emiliani o romagnoli, e sentirli è stato come sentire l’aroma intenso di una piadina farcita con mortadella e squacquerone o di uno gnocco fritto con il prosciutto crudo accompagnati da un bel bicchiere di lambrusco, di ortrugo o malvasia. Mi pare ancora di sentirli, un po’ stupiti della cosa, ma felici, perché non si era mai fatta una rimpatriata del genere e perché sarebbe stato bello rivedersi e ricordare Marco tutti insieme, rivedendosi in azione. Anche a Piancavallo, ad esempio, dove nel 1998, il Pirata fece una cosa indimenticabile. Ero lì anch’io e come tanti altri, mi ero fatto prima la salita in bici. Piancavallo è una di quelle salite non durissime, ma che possono fare la differenza, specialmente se messe nel finale di tappe molto lunghe o molto dure in partenza, qualcosa di simile all’ascesa al santuario di Oropa, per restare nel ricordo di Marco. Se non sbaglio, insieme ai miei amici ci misi un’oretta a farla e poi ricordo la soddisfazione nel sapere che il mitico gruppetto di Cipollini e soci ci avrebbe messo poco meno. Pantani era davanti a tutti, tallonato da Tonkov e Zuelle. In quella salita che è ancora Friuli ma sa già di Veneto, il romagnolo fece qualcosa di strepitoso, la prima poderosa pietra di un muro chiamato accoppiata Giro-Tour.

Sono passati tanti anni, eppure quella brevissima immagine di lui che passa l’ultimo tornante prima di arrivare alla zona dove ci sono i ripetitori, mi sembra ancora sulla mia retina Lui sudato, sofferente, potente e tutti attorno a gridargli “Vai! Vai!”. Fotogrammi che restano nel tempo, nel mio e in quello di tanti altri appassionati. Mi sembrò quasi impossibile ritrovarmi soli sei anni dopo sotto il residence Le Rose a Rimini a cercare di capire in fretta qualcosa di quella morte assurda, ancora adesso avvolta nell’ombra. Marco Pantani, quel campione che andava così forte in salita per abbreviarne l’agonia se n’era appena andato nel giorno di San Valentino del 2004. Ma al di là di quella scomparsa tragica, al di là di un Giro che quest’anno a maggio non si può tenere, resta il suo ricordo, la sua pedalata, la sua Mercatone Uno, i suoi compagni che un giorno torneranno insieme per rivivere quell’anno unico per il ciclismo italiano.”

Franco Bortuzzo

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